
Adelphi – 163 pp.
Han Kang, anche in L’ora di greco, afferra il lettore e lo trascina nel dolore dei suoi personaggi.
Han Kang esplora il bello e il brutto che ci portiamo dentro, lo fa con il suo stile inconfondibile: si addentra nelle viscere di quel sentire che ci rende umani, senza paura di sporcarsi. La sua scrittura piena di luce scende in profondità, dentro la natura umana. E da lì la scrittura di Kang riesce a risorgere, ancora più intensa, quasi violenta. Riesce a farci vedere quello che abbiamo dentro e che sta intorno alle nostre vite.
Buio e luce. Suono e silenzio. Sono gli ossimori che Han Kang intreccia in L’ora di greco, scavando intenzioni, pensieri e ricordi dei suoi personaggi, svelandone le ferite.
Trama:
La storia segue due esistenze parallele e tormentate, destinate a incontrarsi. Una scelta narrativa che Han Kang aveva già esplorato in La vegetariana e, per certi aspetti, in Atti umani.
Nei suoi romanzi i personaggi poggiano su una incombente idiosincrasia, non è solo un tratto caratteriale, ma un punto di accesso alla natura umana: fragile, disconnessa, sfuggente.
Anche in L’ora di greco, i personaggi si svelano a poco a poco. Dapprima con pudore, poi nell’incontro, con intensità e stupore crescenti. I loro ricordi emergono attraverso flussi di autocoscienza, alternando passato e presente.
La loro è una fuga da sé stessi, un percorso di emancipazione solitaria. Nell’incontro vibra lo specchio: l’altro è avviluppato in un dolore simile, che fino a quel momento aveva avuto i connotati della tragedia sconsolata e che invece, verbalizzato, si manifesta nella sua triste e necessaria qualità: è uguale per tutti.
Ma la ricerca della propria identità non si conclude. La solitaria consuetudine con cui i protagonisti tentano di cambiare il proprio destino si infrange contro la loro stessa natura.
Il fallimento di queste strategie di sopravvivenza è ineludibile, perché radicato nella natura stessa dell’essere umano. Possiamo tentare di fuggire da noi stessi, ma ciò che siamo -prodotto da influenze ambientali, sociali e psicologiche- finisce sempre per raggiungerci e determinarci.
Silenzio e Buio: il peso dell’eredità
Lei e lui, secondo il gusto di Kang, non hanno nomi, eppure hanno identità universali e precisissime, che forse nessun nome potrebbe illustrare.
Il silenzio di Lei diventa uno strumento, un’arma a doppio taglio. È un tentativo di ribellione contro il tempo, contro la morte, contro una vita che non sembra più degna di essere vissuta. Ma il passato, anche molto remoto è fatto di piccoli dolori senza spiegazione, torna sempre a ghermirla.
Il buio di lui, l’insegnante di greco, invece, è un destino. Un’eredità paterna da cui non può sottrarsi. Dopo anni in Germania, il ritorno in Corea dovrebbe essere una rinascita. Eppure, è solo un nuovo esilio: un uomo invisibile in una patria che ormai non riconosce più.
Il peso dell’eredità: l’impossibilità di essere accettati
In L’ora di greco, l’eredità familiare non è solo un passato da ricordare, ma un destino da cui è impossibile sfuggire. Sia Lei che l’insegnante di greco sono ancorati a un dolore ereditato, a un senso di inadeguatezza instillato fin dall’infanzia da genitori incapaci di accoglierli soltanto per ciò che erano e per ciò che sarebbero diventati. Forse genitori incapaci di amare nient’altro che le proprie idee.
Per Lei, questa ferita ha radici ancora più profonde. La madre non è stata solo distante, ma ha instillato nella sua stessa esistenza un’incertezza, un dubbio. L’episodio in cui le zie raccontano che la madre non voleva essere incinta — che fino all’ultimo non aveva concesso spazio al pensiero della maternità, quasi negando a quella vita il diritto di esistere — rivela la matrice del suo sentirsi fuori posto nel mondo.
Solo nel momento in cui ha contato le dieci dita di mani e piedi della figlia, la madre ha finalmente riconosciuto la sua presenza nello spazio della sua esistenza. Ma è troppo tardi: Lei ha già assorbito quell’iniziale rifiuto come una condanna silenziosa. Cresce con la sensazione di non essere mai abbastanza, di dover giustificare la propria esistenza, e forse è per questo che il silenzio diventa il suo linguaggio primario: un modo per sottrarsi, per non occupare più spazio di quello che le è stato concesso.
L’insegnante di greco, invece, porta il peso di un padre che non ha mai saputo accoglierlo nella sua vulnerabilità. La sua esistenza è sempre stata turbata dalla sensazione di essere in difetto, di dover dimostrare qualcosa che forse non sarebbe mai bastato. Quando torna in Corea dopo anni in Germania, il suo ritorno non è una rinascita, ma una resa. Non si aspetta più di essere visto, di essere riconosciuto. Nell’indifferenza altrui trova una paradossale forma di sollievo, come se finalmente potesse smettere di lottare per un posto che nessuno gli ha mai veramente riservato.
Ciò che accomuna entrambi i personaggi è questa eredità invisibile ma incancellabile: un’assenza d’amore trasformata in insoddisfazione, in una ricerca impossibile di qualcosa che non hanno mai ricevuto. Han Kang ci mostra due anime sospese tra il desiderio di esistere e il bisogno di sparire, tra la lotta per liberarsi del passato e il fardello di un’eredità che continua a riscrivere le loro vite.
L’eco di Borges in Han Kang

Borges è un’ombra silenziosa che si aggira tra le pagine di L’ora di greco, e i suoi temi ricorrenti trovano una sorprendente risonanza nel romanzo di Han Kang.
Il primo capitolo apre con la frase incisa sulla sua lapide “C’era una spada tra noi”, ovvero la cecità che si frappose tra Borges e gli ultimi anni della sua vita.
Come nei racconti del grande autore argentino, anche qui l’identità è un’illusione destinata a sgretolarsi: i protagonisti cercano disperatamente di ricostruire un sé coerente, ma finiscono per scontrarsi con la frammentazione della loro esistenza. Le idee, in senso Platonico si disgregano, mostrando la loro condizione precaria, illusoria.
La memoria, invece di essere un rifugio, si trasforma in un labirinto da cui non c’è via d’uscita. Il passato non è mai davvero alle spalle, ma ritorna ossessivamente, modellando il presente in una ripetizione infinita, proprio come accade nei labirinti mentali di Borges, dove il tempo si confonde e le vite si sovrappongono.
In questo scenario di incertezza, il linguaggio ha un ruolo ambiguo: è una luce capace di dare ordine al caos, ma anche una prigione che limita il pensiero e l’espressione.
Lei studia la lingua greca, per il puro piacere della dinamica liguistica e dell’armonia dei caratteri, lui insegna greco per il riconoscimento che questo produce, in un ostinato ancoramento a una terra, la Corea che non gli appartiene, quanto la germania: è nello spazio di una lingua straniera che lui trova una casa da abitare, una radice, un tempio.
Han Kang, come Borges, sembra chiederci se le parole siano davvero sufficienti a contenere la complessità dell’esperienza umana o se, al contrario, ci condannino a un eterno fraintendimento di noi stessi e degli altri.
AUTORE: Han Kang

Nata nel 1970, è figlia dello scrittore Han Seungwon e come il padre ha vinto il Yi Sang Literary Award.
Studiosa di letteratura coreana alla Yonsei University, ha iniziato la sua carriera come poetessa. Nelle sue opere Han Kang si confronta con traumi storici, esponendo la fragilità della vita umana, enfatizzando le connessioni tra corpo e anima, vivi e morti, con uno stile poetico unico e sperimentale, confermandosi un’innovatrice della prosa contemporanea.
In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Adelphi.




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