Einaudi Editore, 176 p., 17.00€

Ecco “Chiara”, dopo aver letto “Devozione”, “Cose che non si raccontano” e “Capire il cuore altrui” si potrebbe creare un filo continuo tra ogni libro di Antonella Lattanzi: un filo fatto di ossessione ma anche di confidenza, quel tono leggero con il quale l’autrice pare svelare a ogni suo singolo lettore un segreto. Una verità nascosta, sepolta da tempo e che Lattanzi dissotterra, questa profanazione porta con se molte ragnatele, sono trasparenti ma avvolgono gli occhi di chi guarda, di chi legge, si tessono in sudari e ti avvolgono e così, mano a mano che le pagine avanzano si viene imprigionati in un incantesimo che cela dentro di sè un’ossessione dell’autrice e di chi legge, legati da una storia che non smette mai di vivere sulla pagina ma trasferisce significato in chi la legge.

Lattanzi tratta generi e materie letterarie diverse tra loro eppure riesce in ogni singolo esperimento, indossato il camice egli occhiali da laboratorio, a produrre un’equazione. Esperta di chimica, mette tutti gli elementi nelle giuste quantità, perfettamente equilibrati: come natura comanda. Si tratta di un dono, oppure di un’attenzione crudele, che guarda la vita e la restituisce nuda, sta a chi legge vestirla.

A centrare questo fuoco creativo, uno spasmo di assuefazione; come se Lattanzi avesse questo potere di produrre quasi un tizzone di memoria prometea, che forte della propria qualità promette sempre di creare quel nesso che solletica un’urgenza e risveglia un ricordo.

In questo ultimo romanzo Lattanzi sceglie, come in “Cose che non si raccontano” una voce vicina a chi legge, una narratrice che, pur immersa nella vicenda, la analizza, la seziona e sceglie con accuratezza l’angolazione alla quale esporla: si guarda attraverso gli occhi di chi scrive e di chi racconta. Come di consueto nel suo stile, Lattanti ammicca al lettore offre anticipazioni, dice, quasi uscendo dal ruolo di narratrice e dalla pagina, si fa vicina e dice, questo è importantem tienilo a mente, ma te lo dico dopo, forse. Lo fa in quasi tutti i libri e pare con questi escamotage, voler accorciare la distanza con i suoi lettori.

n questo romanzo, Antonella Lattanzi mette in scena una danza pericolosa tra memoria e colpa. La protagonista, Chiara, è una donna che ha costruito la propria vita adulta come un’armatura, cercando di distanziarsi da un passato romano fatto di ombre e disfunzioni. Tuttavia, il ritorno alle origini non è mai una scelta, ma una collisione.

La narrazione si concentra sul rapporto viscerale e devastante con la propria famiglia, in particolare con una madre che incarna il prototipo della caregiver, ma assente per la figlia, e un padre che è l’essenza della perfezione, ingombrante nella sua fragile patologia autolesionista. Al centro del racconto c’è una serie di eventi traumatici del passato che riemergono non come ricordo, ma come corpo vivo. Lattanzi esplora il confine tra l’amore filiale e l’istinto di sopravvivenza, portando Chiara (e il lettore) a fare i conti con l’eredità di un male che non si può lavare via, ma solo, forse, raccontare. È la cronaca di una liberazione che passa attraverso l’accettazione dell’orrore domestico e la fuga per salvarsi. Il nucleo di tutte le sofferenze sta in questo padre perfetto, che potrebbero invidiare tutti e che invece incarcera la madre e la figlia in una spirale di orrore e accudimento, la fuga dall’accudimento, dalla responsabilità segna una colpa che macchierà per sempre la protagonista.

L’anatomia del trauma si dispiega con precisione chirurgica: i genitori disturbati non producono solo dolore, ma una vera deformazione della struttura emotiva dell’anima. La violenza irrazionale impone al bambino uno stato di iper-vigilanza perenne: ogni sguardo, ogni gesto diventano segnali da decifrare, da presagine e annusare come il cane di casa, per evitare l’esplosione successiva. E va da sè che nelle “infanzie rubate”, il trauma si nasconde dietro il velo della normalità apparente, generando una scissione tra il sé pubblico, efficiente, e il sé privato, urlante.

La conseguenza è un’anestesia emotiva: chi cresce in un ambiente abusante sviluppa alessitimia, incapace di dare un nome ai propri sentimenti. Le emozioni diventano una minaccia, da spegnere o sezionare, e la vita si vive in differita. Non si può parlare di queste emozioni che vengono invece premute in fodno a un cassetto dell’inconscio, spesso sepolto sotto coltri di espedienti: non ricordare diventa una missione. La narrazione di Chiara rispecchia questo stato: analizza, osserva, seziona, ma non abita pienamente le emozioni. Lattanzi mostra con lucidità come l’autenticità venga sacrificata sull’altare della sicurezza, e come la liberazione possa arrivare solo attraverso l’accettazione e il racconto del dolore. La salvezza attraverso la parola.

Chiara è così la cronaca di una liberazione: dalla memoria, dalla colpa, dall’orrore domestico. Il romanzo restituisce la complessità del legame tra madre e figlia, figlia e padre, figlia con a propria anima e l’amicizia di ragazze ognina a combattere contro il proprio terrore, a cercare di esistere tra paura e desiderio di autonomia, tra il passato che non si cancella e la possibilità di costruire una vita propria.
Lattanzi conferma il suo talento nel trasformare la scrittura in un atto di condivisione intima, in una danza pericolosa tra memoria e colpa, tra osservazione e partecipazione, tra dolore e carezza della parola.

AUTRICE: Antonella Lattanzi

è nata a Bari nel 1979 e vive a Roma. Scrittrice e sceneggiatrice, ha pubblicato i romanzi Devozione (Einaudi 2010 e 2023), Prima che tu mi tradisca (Einaudi 2013), Una storia nera (Mondadori 2017), Questo giorno che incombe (HarperCollins Italia 2021), Cose che non si raccontano (Einaudi 2023 e 2025), e Chiara (Einaudi 2025). Per il cinema ha scritto, tra le altre, le sceneggiature di Fiore di Claudio Giovannesi, Il campione e Una storia nera (tratto dal suo romanzo omonimo) di Leonardo D’Agostini. Collabora con il «Corriere della Sera». È tradotta in diverse lingue. (www.einaudi.it)