Bompiani Editore, 330 pp. (22.00€)

La montagna incantata della metamorfosi

Uscito in Italia lo scorso ottobre per Bompiani e nella traduzione dal polacco di Silvano De Fanti, Empusium di Olga Tokarczuk è uno di quei romanzi che sembrano fatti apposta per i mesi in cui la luce si ritira. Forse anche per questo dicembre inoltrato.
Fin dalla copertina — fosforescente, con uno scheletro femminile in pastello a contrasto — pare dialogare con novembre (io personalmente l’avevo letto a inizio novembre), con la nebbia che sfuma i contorni e con la nostra antica consuetudine di ricordare i morti.
Non è un caso: Tokarczuk costruisce un romanzo gotico e metafisico insieme, dove la malattia, la filosofia e il soprannaturale convivono in una lingua ipnotica, visionaria, stratificata.

Siamo nel 1913, a Görbersdorf, località di cura sulle montagne della Slesia.
Il giovane studente di Leopoli, Mieczysław Wojnicz, viene inviato dal padre in questo sanatorio per guarire da una malattia non meglio definita.
Fin dal suo arrivo, in una sera avvolta dalla nebbia, tutto si tinge di estraneità: le figure che incontra, il locandiere Wilhelm Opitz che lo accoglie, la casa che pare respirare.
Tokarczuk affida la narrazione a un noi misterioso — una sorta di coro di Moire, o di spiriti del sottosuolo — che osservano uomini e cose da una prospettiva ctonia, come se la terra stessa raccontasse la storia.
È un dispositivo narrativo unico, una voce “quarta persona” che annulla la gerarchia tra umano e non umano, tra osservatore e osservato.

Gli ospiti della Gästehaus für Herren — tutti uomini — trascorrono le giornate tra pasti abbondanti, passeggiate, liquori e conversazioni filosofiche.
Ma sotto la superficie colta si agita un magma di paure, superstizioni e pregiudizi.
Il loro discorso è un collage di filosofia maschile degenerata: Platone invocato per giustificare il primato dello spirito sul corpo (e quindi dell’uomo sulla donna), Aristotele per ribadire la donna come “maschio mutilato”, e persino Aristofane, le cui Rane riecheggiano nei richiami al mondo infero e al grottesco.
Il “gracidare” delle rane diventa qui la voce del rimosso: la natura e il femminile che non si lasciano più silenziare.

Il sanatorio come microcosmo: da Thomas Mann a Virginia Woolf

Come nella Montagna incantata di Thomas Mann, la pensione diventa il teatro della crisi di un intero sistema di pensiero.
Ma Tokarczuk rovescia il modello: se Davos era il tempio della malattia spirituale europea, Görbersdorf è la fossa dove il razionalismo maschile si dissolve.
I dialoghi tra pazienti — che oscillano tra la teologia, la biologia e la metafisica — si sgretolano lentamente, logorati dall’infiltrarsi della materia, del corpo, del femminile.

È qui che si inserisce la figura enigmatica di Mieczysław Wojnicz: giovane, fragile, ambiguo.
Il suo segreto identitario — che lo colloca in una zona liminale tra i generi — ne fa l’erede spirituale dell’Orlando di Virginia Woolf.
Come l’Orlando woolfiano, Wojnicz è il corpo che disinnesca la dialettica platonica; è la dimostrazione vivente che il binarismo maschile/femminile è una costruzione fragile, destinata a crollare.
La sua trasformazione finale non è un colpo di scena, ma un gesto politico e cosmico insieme: il ritorno dell’unità attraverso la metamorfosi.

Il liquore Schwärmerei: filosofia dell’allucinazione e il panteismo horror

Tra le tante invenzioni narrative di Tokarczuk, il liquore Schwärmerei merita un posto a sé.
Distillato di erbe e funghi, bevuto ogni sera dagli ospiti, è il catalizzatore delle derive percettive e metafisiche del romanzo.
La parola tedesca indica un entusiasmo fanatico, una trance collettiva — e infatti lo Schwärmerei funziona come un “vino della verità”: sotto il suo effetto, le conversazioni filosofiche dei pazienti si deformano, i confini tra reale e visionario collassano, e le “Empuse”, spiriti della terra, cominciano a farsi sentire.
Tokarczuk rovescia così la gerarchia della conoscenza: chi crede di dominare la natura attraverso il pensiero la ingerisce, letteralmente, e ne viene trasformato.

L’elemento forse più innovativo di Empusium è la sua concezione del panteismo.
Non quello sereno e armonioso di Spinoza, ma un panteismo carnale, “grumoso”, fatto di muffe, fango e carne in disfacimento.
La natura qui è organismo senziente e predatore: assorbe, ingloba, divora.
Le fosse dei carbonai, le bocche delle streghe, le Tuntschi (bambole che prendono vita per vendetta) diventano metafore della materia che reclama il proprio diritto a esistere.
L’orrore non nasce dall’irrazionale, ma dall’immanenza: dal fatto che la terra non è morta, e che il corpo è parte della sua catena alimentare.

Il quadro che muta e la morte di Thilo: arte come metamorfosi

Accanto a Wojnicz, il giovane pittore Thilo von Unruh rappresenta il contraltare luminoso del romanzo.
Tra i due si sviluppa un legame che fonde empatia e desiderio, sguardo e rivelazione.
Thilo possiede un quadro che cambia sotto gli occhi di chi lo osserva — una tela viva, che respira e muta come il bosco circostante.
È una delle metafore più potenti del libro: la fine della prospettiva unica, dell’immagine fissa, della realtà come dato stabile.
Dopo la morte di Thilo, il quadro resta come lascito e come simbolo dell’identità in trasformazione: la materia è viva, l’arte è metamorfosi e noi tutti siamo metamorfosi, così come è destinato ad essere il nostro pensiero.

Le Moire e la voce del mondo

La voce narrante — quel noi che tutto osserva — è il vero centro dell’opera.
Tokarczuk la definisce “narratore in quarta persona”: un coro panteistico, la coscienza della terra che tesse il destino degli uomini.
È il femminile rimosso che ritorna, la pluralità che sostituisce la logica del singolare, la voce del sottosuolo che sovverte la verticalità patriarcale.
Contro il Logos maschile, la scrittrice oppone la coralità, la materia, la rete.
Il racconto diventa così l’atto di riappropriazione del mondo da parte di chi ne era stato espulso.

Empusium è un romanzo visionario e politico, un horror metafisico in cui la filosofia diventa corpo, e il corpo diventa pensiero.
Tokarczuk riscrive La montagna incantata da una prospettiva femminile e tellurica, trasformando il sanatorio in un laboratorio della metamorfosi.
La salvezza, se c’è, non viene dall’Idea, ma dalla materia: dal riconoscimento che tutto cambia, e che solo chi accetta di mutare con il mondo può sopravvivere al suo orrore.

AUTRICE: Olga Tokarczuk

Premio Nobel per la Letteratura 2018 “per un immaginario narrativo che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita”.
Insignita di numerosi premi letterari, tradotta in diciannove lingue e vincitrice per ben tre volte del Premio letterario Nike, Olga Tokarczuk ha ottenuto, coi i suoi romanzi, un enorme successo sia in Polonia che all’estero. È una delle autrici più popolari in Polonia, per tre anni di fila i suoi libri sono stati votati come i più amati dal pubblico di lettori.
In Italia ha pubblicato, tra gli altri: Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli (E/O 1999); Che Guevara e altri racconti (Forum 2006); Guida il tuo carro sulle ossa dei morti (Nottetempo 2012); Nella quiete del tempo (Nottetempo 2013); Casa di giorno, casa di notte (Fahrenheit 451 2015); L’ anima smarrita, con Joanna Concejo (TopiPittori 2018); I vagabondi (Bompiani 2019), I libri di Jakub (Bompiani 2023), Empusium. Una storia di natura e orrore (Bompiani 2025).