Grande Meraviglia, edito con Einaudi, uscito il 19 settembre 2023, qualche giorno fa ho finito di leggerlo. Ho atteso un attimo per acquistare la mia copia perché come al solito la pila di libri da leggere cresce ad una velocità vertiginosa, infatti ora entro in una fase in cui, vorrei – sottolineo il verbo al condizionale – smaltire un po’ di libri prima di acquistarne altri, ma ho già visto un paio di uscite che mi stuzzicano un sacco!

La scrittura di Viola Ardone è accogliente, una penna felice che ti fa sentire a casa e ti consente di entrare in sintonia con i personaggi che di volta in volta abitano le sue storie. Questa autrice riesce, con grande talento, a suscitare l’empatia del lettore, mostra mondi e lo fa attraverso il linguaggio.
Questa attitudine alla comunicazione è la caratteristica che ho amato anche nei suoi lavori precedenti, la capacità di utilizzare la lingua per definire la personalità dei suoi personaggi dando a ciascuno una caratterizzazione speciale. In questo testo Viola Ardone fa un lavoro di alternanza, da un lato Elba la protagonista, una ragazzina di quindici anni che vediamo crescere prima dentro un manicomio dove era internata per il semplice fatto di esservi nata, dall’altro Fausto Meraviglia, il giovane dottore basagliano che combatte le resistenze del personale e degli stessi pazienti all’apertura dei manicomi. Questo tema, essendo io nata a Trieste mi è vicino e caro, considerato che Basaglia cominciò a sperimentare le sue idee proprio sul colle di San Giovanni dove erano internati i malati di mente, o presunti tali.
In questo romanzo Viola Ardone sperimenta una voce maschile di un uomo anziano, l’autrice riesce a rendere con verosimiglianza il disincanto, anche nei momenti tragici trova l’escamotage di dare un tocco di leggerezza con l’ironia di uno sguardo disilluso sul mondo, quello di Fausto. Ci fa vedere il declino, il consapevole abbandono delle facoltà, la libertà che piano piano si appanna con la vecchiaia. Un processo fisiologico, del corpo, della mente e dello spirito, tre piani che si concatenano e che se in equilibrio non riusciamo a vedere, ma appena uno di loro cede eccoci a interrogarci sul senso della vita. Banali vero? Siamo banali in fondo, si.

Una tra le varie frasi che mi sono salvata dice che “l’amore è incomprensibile una forma di pazzia”.
Si tratta in effetti di un sentimento che ci rende indecifrabili al mondo come dice la stessa Viola. L’amore trasfigura le persone e rende le missioni, anche quelle apparentemente impossibili, praticabili. L’amore ci insegna a essere ostinati e invincibili, l’amore è quello dell’adolescenza, quello autentico, quello per il quale combatteresti anche contro i mulini a vento perché ci sei dentro è parte di te, vi riponi tutta la tua fiducia, dal profondo. Così Fausto convinto basagliano, nell’ottantadue crede che ci sia un luogo diverso nel quale possano vivere e crescere i malati, crede che Elba, con la sua spiccata intelligenza, schermata da tic e piccole manie linguistiche, possa raggiungere obiettivi importanti, la sprona e le offre un’opportunità, quella che le era mancata, lo fa appunto per puro amore, perché ci crede, vede un’opportunità di salvezza. Fausto ridisegna un destino, qualche volta ne abbiamo facoltà, per noi stessi ma anche per qualcun altro.
Malgrado il sapore dolce amaro della storia, questa fiducia alimentata dall’amore e dalla speranza che comunque si possa trovare una soluzione, la fiducia che l’amore ci appartiene e non vada guadagnato ma semplicemente ci tocchi con la sua ala preziosa e ci renda così speciali, mi ha commossa.
La vita del manicomio mi ha sfiorata, ne ho percepito il buio e l’orrore, una mia zia adolescente è stata internata all’inizio degli anni ottanta, quando ancora c’erano queste liane maleodoranti e persistenti fatte di punture e scosse elettriche; me la ricordo la piccola AnnaLucia, partita a 15 anni dopo un tentato suicidio, internata per salvarla, ma lei, proprio lei com’era alla partenza non è mai tornata; non sapremo mai fino in fondo l’orrore vissuto da quella quindicenne bellissima e spaesata, sola.
L’amore è una cosa bellissima e preziosa, ma non destinato a tutti. AnnaLucia non ha trovato sulla sua strada nessuna meraviglia, nessun Meraviglia, come lei centinaia e migliaia di persone. Il dolore che queste cicatrici hanno seminato in lei, per prima e nella nostra famiglia per i lunghi anni della sua malattia non sono risarcibili da nessuna giustificazione, non esistono buone intenzioni, solo fatti.
So che prima o poi questa storia prenderà vita, in una forma che ancora non ha trovato la sua vita ma è qui che naviga nelle budella, in cerca di parole; leggere Viola Ardone non ha fatto altro che sedimentare un altro piccolo seme che so prima o poi germoglierà, generoso, come niente è stato con zia AnnaLucia.



