Feltrinelli Editore, 208 pp.
Un romanzo sull’assurdo della guerra, l’illusione del libero arbitrio e il bisogno di continuare a raccontare.

“E così va la vita.”
Acquista qui una copia del libro.
Questa recensione è stata scritta liberamente, nè l’autore nè la casa editrice hanno finanziato il mio lavoro. Acquistando il prodotto tramite il mio link, mi aiuti a sostenere il blog con una piccola commissione, senza che il prezzo del prodotto cambi per te. Grazie per il tuo supporto!
Ci sono esperienze che non possono essere narrate in modo lineare. Alcune ferite chiedono un linguaggio diverso, anche distorto, surreale, capace in questo modo di contenere l’indicibile. È il caso di Mattatoio n. 5 (Slaughterhouse-Five, 1969), capolavoro di Kurt Vonnegut e romanzo impossibile da inquadrare in un genere: fantascienza, memoir, satira antimilitarista, parodia esistenziale. È tutto questo insieme e, soprattutto, un modo disperato e ironico per raccontare il dolore e l’orrore della guerra; la stessa guerra che seguiamo ogni giorno sui giornali, vicina o lontana non importa: una guerra che resta sempre vigliacca.
Ne parlo anche qui nel mio account su #instagram.
Un trauma innestato nella storia
Vonnegut, reduce del secondo conflitto mondiale, fu testimone diretto della distruzione di Dresda, uno dei più efferati crimini di guerra dell’esercito alleato. Una intera città, e tutta la sua popolazione, spazzata via nella notte del 13 febbraio 1945 da un bombardamento incendiario. Una città trasformata in un surreale paesaggio lanare, senza vita eppure con le tracce di essa tra corpi fusi nell’asfalto e civili carbonizzati.
Vonnegut era lì, sopravvissuto per puro caso nel rifugio di un mattatoio. Scriverà il romanzo molti anni dopo, ammettendo:
“Questa è una storia che ci mette ventitré anni a uscire.”
E ne uscirà con una potenza deflagrante, grazie a un personaggio — Billy Pilgrim — che rende tutto possibile. Pilgrim è un soldato, poi ottico, poi prigioniero, poi naufrago intergalattico. È “scollegato dal tempo”, si muove avanti e indietro nella sua esistenza, senza possibilità di scelta.
“Domande?”
Billy si passò la lingua sulle labbra, rifletté un momento e infine chiese:
“Perché proprio io?”
“Questa è una tipica domanda da terrestre, signor Pilgrim. Perché proprio lei? Perché proprio noi allora? Perché qualsiasi cosa? Perché questo momento semplicemente è. Ha mai visto degli insetti sepolti nell’ambra?”
È qui che Vonnegut scava la sua critica più spietata: siamo stritolati dall’impossibilità di opporsi al destino? O piuttosto dobbiamo ubbidire alla nostra colpevole rassegnazione al ciclo eterno dell’ingiustizia?
La fede nel disincanto
La Preghiera della Serenità — inserita all’inizio e alla fine del romanzo — diventa un mantra esistenziale:
“Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso
e la saggezza per conoscere la differenza.”
Vonnegut ce la ripropone anche con una certa ironia che si fa straziante, in un mondo dove tutto sembra già scritto — ma in cui i personaggi, come burattini rotti, cercano comunque un appiglio.
Addirittura, a imitazione del nostro sistema malato su Trafalmadore viene organizzata una finta borsa con titoli da far salire e scendere, che spinge i prigionieri umani a compiere azioni per movimentare l’oscillazione dei titoli e intrattenere gli alieni: una messa in scena per rendere la prigionia interessante per gli alieni che li spiano, proprio come accade nel suo passato terrestre, dove Bill scova romanzi di fantascienza in un negozio decadente, con un retrobottega dove trovare film e riviste sordide che stuzzicano gli istinti più bassi dei clienti. Realtà e finzione si confondono, e il lettore è invitato a chiedersi: quante delle nostre illusioni servono solo a sopravvivere? Quanta vita è solo rappresentazione, recita?
“Quello che c’era da sapere sulla vita, una volta, lo si poteva trovare nei Fratelli Karamazov.
Ma non basta più.
Mi sa che voialtri dovrete tirar fuori un mucchio di nuove, magnifiche bugie,
se vorrete che alla gente non passi la voglia di vivere.”
Narrazione a scatole cinesi e frammenti di futuro
La struttura del romanzo è a incastro, una vera scatola cinese narrativa in cui il tempo non è mai lineare, ma circolare. Ogni frammento ha valore in sé e nel suo riverberare altrove: nelle lettere di Kilgore Trout, nella prigionia intergalattica, nel trauma vissuto in guerra durante la prigionia, nei pensieri scettici sulla religione, nella satira della società americana.
Persino la biologia diventa straniante:
“Su Trafalmadore i sessi erano cinque, ciascuno con una funzione specifica, tutti indispensabili alla riproduzione.”
Ma a quanto risultava ai Trafalmadoriani sulla Terra in realtà i sessi erano almeno sette. Un’allusione alla complessità dell’identità, al superamento dei binarismi, o solo un gioco di specchi su quanto poco conosciamo ciò che crediamo assoluto? Vonnegut ha questo potere, di pochi, di riproporre la realtà, smontarla e rendere le sue versioni surreali una più lucida visione d’insieme.
Citazioni e sottotesti
In Mattatoio n. 5 c’è spazio anche per la cultura visiva: Vonnegut menziona il quadro Lo spirito del ’76 di Archibald Willard, emblema della retorica patriottica americana. Ma anche questo simbolo viene svuotato: non c’è eroismo in Billy Pilgrim, solo un corpo trascinato, una mente assente. Un reduce che non ha nulla da celebrare.
E tuttavia — o proprio per questo — Vonnegut riesce a trasformare la letteratura in resistenza. La sua è una satira che salva. Un antidoto che cura raccontando.
Conclusione: chi sarà il prossimo?
Mattatoio n. 5 è un libro che continua a bruciare. Resta nella mente, si insinua nelle coscienze.
Oggi, mentre leggiamo questo romanzo sapendo che la tragedia di Gaza si consuma ogni giorno davanti ai nostri occhi — ma fuori dalla nostra portata — ci chiediamo: chi, tra coloro che sopravvivranno, troverà la forza per raccontare? Per narrare l’orrore senza essere sopraffatto?
Perché questa è la verità:
non impariamo niente dalla storia e vogliamo riscriverla sempre da zero.
E così va la vita.
#KurtVonnegut #Mattatoio5 #RomanzoAntimilitarista #ClassiciDelNovecento #LetteraturaAmericana #RecensioniLibri #TraLeRighe #ScrittoriContemporanei


