Editore Blu Atlantide, 262 pp. (18.00€)

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Il romanzo d’esordio di Giuseppe Quaranta, La sindrome di Ræbenson, finalista al Premio Calvino 2023, (qui un’altra recensione relativa a un titolo che aveva avuto menzione speciale al premio) si impone come una delle opere più originali e perturbanti dell’ultima stagione editoriale. Muovendosi tra finzione narrativa, teoria filosofica e speculazione psichiatrica, il testo sviluppa una riflessione sorprendentemente attuale sui temi dell’identità, della diagnosi e della fragilità della conoscenza.

Un costrutto diagnostico come dispositivo narrativo

Il protagonista, il dottor Antonio Deltito, psichiatra, manifesta sintomi che sfuggono alle classificazioni ufficiali: amnesie, stati catatonici, alterazioni percettive. A tali disturbi lo stesso Deltito attribuisce un nome – sindrome di Ræbenson – che, tuttavia, non compare in alcun manuale clinico. In tal modo, Quaranta inscena una vera e propria critica epistemologica alla diagnostica psichiatrica contemporanea e alla crescente proliferazione di disturbi elencati nel DSM, nel quale, suggerisce l’autore, il confine tra realtà clinica e costruzione ideologica risulta sempre più sottile.

Immortalità come condizione patologica

Il nucleo davvero perturbante della malattia, tuttavia, non risiede nei disturbi cognitivi bensì in una convinzione inedita: i soggetti affetti da sindrome di Ræbenson ritengono di non poter morire di morte naturale. L’“immortalità” – da sempre promessa mitica – è qui rovesciata in forma patologica. Il romanzo suggerisce che proprio la mortalità, quale limite ontologico, conferisce senso e misura all’agire umano. La rimozione di questo limite implica la perdita di etica, di responsabilità, e in ultima analisi di identità.

Memoria, identità e trasmigrazione dei ricordi

Un altro asse decisivo del testo riguarda la memoria, concepita non come archivio oggettivo ma come processo instabile e contaminato, per sua natura esposto alla riscrittura. La sindrome di Ræbenson introduce la possibilità che i ricordi “trasmigrino” da una coscienza all’altra, mettendo così in crisi l’idea stessa di identità individuale. La patologia psichica, in questo senso, emerge dal rifiuto di riconoscere la vita quale intreccio di alterità e co-appartenenza.

Homo ræbensoniensis

Il romanzo ipotizza persino la presenza di una “quasi-specie” distinta dell’Homo sapiens – l’Homo ræbensoniensis – troppo simile all’uomo per essere ignorata, troppo diversa per essere integrata: una presenza liminale che porta all’avvio di una vera e propria “caccia” nel tessuto narrativo. La dimensione sospensiva dell’opera rafforza l’effetto perturbante e costringe il lettore a interrogare continuamente il proprio ruolo.

Stile e struttura

Lo stile di Quaranta è raffinato, complesso ma sorprendentemente limpido. Le raffinate citazioni letterarie e filosofiche (da Borges a Sebald, fino ai casi clinici della psichiatria classica) non appesantiscono il romanzo, ma lo innervano di senso. La scelta di non dare risposte, ma di moltiplicare le domande, riconduce il testo nella migliore tradizione del romanzo speculativo europeo. La sensazione a tratti è quella di trovarsi dentro la malattia e al suo mutare la coscienza, anche dello stesso lettore che si trova imvrigliato in una realtà claustrofobica.

Conclusione

La sindrome di Ræbenson è un’opera che unisce forza narrativa e rigore teorico. Più che una semplice storia, si configura come un dispositivo di riflessione etica, filosofica e scientifica. Una lettura consigliata a chi cerca nella letteratura una possibilità di pensiero e una domanda radicale sull’identità contemporanea.

AUTORE: Giuseppe Quaranta

è nato a Grottaglie (TA) nel 1982 e vive a Pisa dove svolge l’attività di psichiatra. Dopo il liceo scientifico, si è laureato in Medicina alla Sapienza per poi specializzarsi a Pisa in Psichiatria. Collabora come professore a contrato con l’UniCamillus di Roma insegnando Medicina delle dipendenze.