La Tartaruga Editore, 176 p., (17.10€)

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La contesa di Picasso. Questo è il libro con cui abbiamo animato il primo incontro de #lartedelleparole il gruppo di lettura che curo con Daniela Derossi presso EContenporary, una deliziosa galleria sita a Trieste in via Crispi 28. Lascio il link al gruppo attivo su Facebook a cui vi potete unire anche se non abitate a Trieste, parlare di libri si può fare, anche a distanza: usiamo il web per cose belle.
Ma di cosa parla questa “contesa”?


Nell’Italia del dopoguerra, quando tra le vie delle città italiane ancora aleggiava la polvere dei palazzi bombardati, ecco che tra le macerie morali e materiali si fece strada una nuova voglia di identità: l’arte divenne terreno fertile per questa ricostruzione impalpabile eppure così necessaria. Nasce spontaneo il parallelismo con i tempi in cui viviamo, troppo facili alle parate e alla sfilata di portaerei, siamo davvero sicuri di voler rivivere o far rivivere l’orrore della guerra dopo gli straordinari sacrifici fatti in nome della pace da persone enormemente più coraggiose, lungimiranti e preparate di noi? La domanda sorge spontanea, ogni disastro crea le volontà capaci di superarlo e, inche modo la nostra epoca ha formato persone, politici e funzionari, capaci di immolarsi per una causa comune? Ma di cosa parla questo saggio, le valutazioni vengano lasciate alle riflessioni individuali.

Dopo la guerra e le restrizioni del fascismo e i tentativi di espropriazione da larte dei nazisti, l’arte, da lusso per pochi divenne un fronte ideologico e a guidarlo furono due donne straordinarie, due figure che cambiarono per sempre la storia dei musei italiani: Fernanda Wittgens, a Milano, e Palma Bucarelli, a Roma. La loro rivalità e la loro visione segnarono il destino del patrimonio artistico nazionale e il ruolo stesso dell’arte nella rinascita del Paese.

Dopo il 1945, l’Italia respirava un’aria di libertà e di urgenza. Dopo vent’anni di isolamento culturale imposto dal fascismo, si aprivano le finestre sul mondo.
Come scrive la storica dell’arte Rachele Ferrario:

“L’alba del dopoguerra. La bufera è passata e ha abbattuto il muro del fascismo. Dopo oltre vent’anni l’Italia si apre all’arte del tempo, ai pittori e agli scultori che sono stati tenuti lontani dal nostro Paese”.

Era il tempo della ricostruzione morale, in cui la cultura era chiamata a rifondare il tessuto civile e democratico.

Durante la guerra, Wittgens e Bucarelli si erano già distinte come eroine silenziose: la prima salvando vite umane e opere d’arte, la seconda mettendo in salvo centinaia di capolavori nella sua piccola Topolino. Quando la pace tornò, quelle due donne incarnavano il volto più luminoso della resistenza culturale italiana.

Ma andiamo con ordine ilmlibro in tutta la (corposa) prima parte – che invito a leggere perchè avvincente come un romanzo ma attenzione: è tutto vero – tratteggia in un intreccio indissolubile la vita di queste due straordinarie donne. Fernanda Wittgens fu la prima direttrice della Pinacoteca di Brera; Palma Bucarelli, la prima a guidare la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Entrambe avevano sfidato pregiudizi e strutture maschili per arrivare al vertice, ma la loro visione non poteva essere più diversa.

Come anticipato, nel dopoguerra, l’arte divenne un linguaggio politico.
Il Partito Comunista Italiano sosteneva l’arte figurativa, fedele al realismo socialista sovietico, mentre l’arte astratta era bollata come borghese e decadente. Palmiro Togliatti la definì “espressione degli sciocchi”.
Renato Guttuso la liquidò come “orrori e scemenze”. In questo clima di contrapposizione, Palma Bucarelli si schierò senza esitazione con l’avanguardia, attirandosi critiche feroci ma anche il rispetto internazionale. Per lei, l’arte doveva essere libertà, non propaganda.

Nel 1953, il nome di Pablo Picasso era più di un richiamo artistico: era un’icona politica, un mito morale. Comunista, internazionalista, autore di Guernica, incarnava l’urlo del Novecento contro la guerra e la tirannia.

Portarlo in Italia significava decidere da che parte stare nel nuovo mondo.

Nel maggio 1953, Bucarelli inaugurò a Roma una grande mostra dedicata a Picasso, con mille visitatori al giorno e critiche infuocate.
Ma fu Wittgens, a settembre, a conquistare la vittoria simbolica: riuscì a ottenere Guernica per la mostra milanese a Palazzo Reale.

La scelta di esporlo nel Salone delle Cariatidi, ancora sventrato dalle bombe, trasformò quella mostra in un atto di poesia civile.
Picasso, vedendo le foto delle rovine, disse semplicemente di sì.
L’arte, ancora una volta, si fece carne del tempo.

Chi vinse davvero la sfida tra Wittgens e Bucarelli?
Forse nessuna, o forse entrambe.

Palma fu più moderna nella comunicazione, Fernanda più profonda nel cogliere le radici simboliche dell’opera.
Ma i veri vincitori furono altri, ovvero l’arte che divenne linguaggio di libertà e poi il pubblico italiano che scoprì la forza dell’avanguardia e il museo moderno che divenne luogo di incontro della cittadinanza e casa per un nuovo pensiero.

Wittgens e Bucarelli, opposte e complementari, mostrarono che l’arte non è mai neutrale. È un modo di resistere, di ricostruire, di scegliere chi vogliamo essere.
Nel loro scontro – e nella loro segreta alleanza – si riflette ancora oggi l’eterno dialogo tra memoria e futuro, tra conservazione e rivoluzione.
Il testo scritto da Ferrario è quasi interamente dedicato alla ricostruzione storica e contrapposizione tra queste due figure straordinarie mentre solo le ultime pagine trattano della contesa da cui prende nome il testo, curioso che si sia voluto questo titolo che attrae e che tuttavia nulla toglie al libro che consiglio per l’accurato approfondimento e per il bellissimo progetto: conservare memoria di due donne che non sono scese a patti con il potere, hanno tenuto fede alla loro passione e hanno contribuito alla nuova percezione dell’arte come uno strumento innovativo di coesione e consapevolezza di un paese intero.
Grazie a loro e grazie a Rachele Ferrario, leggere di queste storie in un’epoca grigia come quella in cui viviamo è una ricchezza straordinaria.

AUTRICE: Rachele Ferrario

Rachele Ferrario, studiosa e critica d’arte contemporanea, insegna fenomenologia delle arti all’Accademia di Belle Arti di Brera. Scrive per il Corriere della Sera. Cura mostre e ha diretto “Camera con vista” a Palazzo Reale a Milano. Ha pubblicato Lo scrittore che dipinse l’atomo. Vita di René Paresce da Palermo a Parigi (Sellerio, 2005), Scanavino e Crispolti. Carteggio 1957-1970 e altri scritti (Silvana editoriale, 2006), Giulio Paolini. Un viaggio a distanza (Nomos Edizioni, 2009) e David Tremlett. The Thinking in space (Nomos Edizioni, 2011). Nel 2011 ha scritto per Mondadori Regina di quadri. Vita e passioni di Palma Bucarelli.
(Fonte: www.isbn.it)