Neri Pozza, (380pp.) 14,50€


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La donna col vestito verde di Stephanie Cowell è la seconda lettura del gruppo di lettura #lartedelleparole che da settembre 2024 curo con Daniela Derossi presso la galleria d’arte EContemporary di Elena Cantori e sita a Trieste in Via Crispi 28. Ci troveremo per parlarne il 13 novembre 2025.
Lascio il link alla pagina Facebook dove chiunque anche non residente in città è invitato a condividere contenuti inerenti al libro in corso di lettura o sulla propria esperienza di lettura: il filo rosso che unisce le nostre letture è l’arte, declinata in tutte le sue forme.

Cowell in quest’opera usa l’escamotage del montaggio alternato, brevi toccate di massimo due pagine denominate Interludi ritraggono Monet ormai anziano a Giverny alle prese con le sue ninfee si alternano a capitoli più lunghi in cui lo troviamo giovanissimo, appena affacciato al mondo dell’arte, quando nessuno credeva ancora nel suo talento e forse nemmeno lui, seppure animato da una forza interiore e da una tenacia che lo accompagneranno per tutta la sua vita anche nel mezzo delle più grandi difficoltà.

Leggere questo romanzo permette di conoscere una fase poco nota della vita privata del grande impressionista e di questo suo amore per Camille-Léonie Doncieux. Nel leggere il romanzo emergono subito vaghi ricordi della biografia di Monet e si ripara consultando le vecchie antologie scolastiche, quelle nelle quali tutti abbiamo appreso per sommi capi le biografie di questi straordinari artisti. L’amicizia e la solidarietà tra artisti, spesso poveri in canna e osteggiati dalle famiglie di provenienza, non mi giungeva nuova ma Cowell è stata bravissima nel rendere familiare al lettore l’atmosfera che dovevano respirare Renoir, Pisarro, Cezanne, Monet e poi Manet in questi atelier; erano spesso stanze indecenti nelle quali si accampavano cercando di superare il freddo degli inverni, scaldandosi con la reciproca fiducia, le parole e i sogni, le visioni e soprattutto la speranza e la passione che animano tutti i giovani, o che dovrebbero animarli – ma qui torneremo più tardi.

Personalmente avevo solo un vaghissimo ricordo di un amico di Monet, pittore a sua volta, e che da ora in poi resterà per sempre impresso ovvero Frédéric Bazille di Montpellier, che incarna la purezza delle speranze giovanili e la tragedia della loro inevitabile fine. È lui il vero contrappunto emotivo del romanzo – un fratello d’elezione, destinato a diventare simbolo di tutto ciò che si perde nel tentativo di creare bellezza.

A tal riguardo mi viene in mente la metafora che usa Antonella Lattanzi nel suo saggio Capire il cuore altrui parlando di Madame Borary, accostata a Giro di vite di Hardy, Flaubert vede il mondo e lo rappresenta attraverso gli occhi del suo personaggio per eccellenza, Bovary osserva il mondo con distacco e orrore, e così fanno tutti i personaggi riusciti; quei personaggi che riescono a vedere la verità del mondo.

Monet e la sua passione rimangono al centro del romanzo e tutti gli altri incontri – dai pittori di quello che diverrà la “Société anonyme des artistes peintres, sculpteurs, graveurs”, tutti i galleristi, collezionisti, i parenti, i mecenati (pochi) e i benefattori (quasi non pervenuti)- tutti gli altri sono tessere in un ingranaggio che Cowell ha saputo orchestrare in maniera eccellente, dando a ciascuno il tempo, l’approfondimento e la presenza esattamente per quello che serviva alla sua narrazione. Solo Camille resta una nota costante, una donna sulla quale ci si interroga, proprio come faceva lo stesso Monet nell’immaginazione dell’autrice, chi era stata Camille come donna? Era stata amante e musa di Monet, madre di Michel e Jean Monet, appassionata al suo progetto, pronta sostenitrice, capace di farsi carico di ogni sacrificio pur di sostenere l’aspirazione del marito. Eppure era stata anche una donna fragilissima, morta giovane ma che nell’arco della sua esistenza aveva dovuto fare i conti con un amore a intermittenza, condiviso con la ricerca della luce, del colore e di ciò che poteva essere trasformato in linguaggio sulla tela.

La lettura trascina dentro le vite dei protagonisti, la traduzione di Chiara Brovelli è precisissima, capace di trasformare la prosa in una coperta che avvolge il lettore il quale si sente a casa, non vorrebbe lasciare Monet, gli si avvinghia e lo immagina invecchiare sempre assediato dalla necessità di cogliere la realtà senza compromessi, senza cedere alla facile rappresentazione, senza accontentare il grande pubblico ma invece cogliendo le istanze di un nuovo linguaggio espressivo che faceva soggiacere la forma alla luce, all’appartenenza a questo mondo, tutti in un flusso di energia che dall’anima conduce al cuore delle sue tele, fino all’essenziale ricerca finale, sempre incalzato dalla paura di non essere compreso, di non aver raggiunto quel grado ultimo di completezza che potesse rendere comunicabile la sua idea.

È questa la vera eredità del romanzo: l’inquietudine dei grandi artisti, mai paghi, mai sazi, sempre sull’orlo del dubbio.
Monet, come ogni genio, sa che il mondo è troppo mutevole per essere davvero rappresentato. Eppure continua a provarci, ogni giorno, ogni ora, come se nella ripetizione del gesto potesse trovarsi una risposta.

Forse è questo il messaggio più profondo di Cowell: che la grande arte nasce dall’imperfezione, dal continuo tentativo di “afferrare la luce” prima che svanisca.

AUTRICE: Stephanie Cowell

La sua famiglia d’origine è appassionata d’arte, di musica e di letteratura, passione che anche Stephanie eredita fin da giovanissima: a nove anni inizia infatti a scrivere i suoi primi racconti. Autrice di romanzi storici di grande successo. Come soprano ha interpretato con successo numerose opere. Oggi vive a New York con il marito, il poeta Russell Clay e i due figli.