Adelphi Editore, (200 pp.), 19.00€
Aquista qui il libro:
Questa recensione è stata scritta liberamente, nè l’autore nè la casa editrice hanno finanziato il mio lavoro. Acquistando il prodotto tramite il mio link, mi aiuti a sostenere il blog con una piccola commissione, senza che il prezzo del prodotto cambi per te. Grazie per il tuo supporto!
Con Ann d’Inghilterra Julia Deck torna nelle librerie italiane con un memoir anomalo e magnetico, pubblicato da Adelphi e presentato all’ultima edizione di Pordenonelegge. Dopo l’esordio folgorante con Viviane Elisabeth Fauville lascio il link alla mia vecchia recensione, nel quale la madre era già un’ombra determinante, Deck approfondisce qui la figura femminile che più di tutte orienta e disorienta una vita: la madre reale, e la sua controfigura letteraria.

Ann d’Inghilterra si colloca in una zona liminare dell’autofiction europea contemporanea: mantiene l’apparato referenziale (luoghi, biografia, situazione clinica), ma ne mette in crisi la pretesa di autenticità attraverso slittamenti ironici, manipolazioni linguistiche e continui interrogativi sullo statuto della narrazione.
Ciò che emerge non è una confessione, bensì una costruzione: il romanzo lavora esplicitamente sulla distanza tra vita vissuta e vita narrata. In questo senso, Deck si distingue sia dall’autofiction più diaristica sia dal memoir tradizionale, per aderire piuttosto a una tradizione francese di ambiguità strutturale che va da Duras a Ernaux, ma con una componente di inquietudine psicologica che appartiene più al noir letterario.
L’episodio da cui scaturisce tutta la vicenda è un vero e proprio colpo di scena, l’autrice che incontriamo immersa nel suo ritmo dondolante di vita tra treni, autobus, case e impegni, all’improvviso rientrando a casa della madre per il consueto pranzo domenicale fa una terribile scoperta: la donna, Ann, è a terra, da ventotto ore, sulle piastrelle fredde del bagno: ha avuto un ictus. E’ adesso quindi, quel momento imprecisato di cui ci interroghiamo tutti noi adulti con genitori in vita, quando dovremo sopravvivere a loro? In quale momento? A Julia Deck accade all’inizio del libro, una domenica mattina di aprile.
Da questo momento tutto quello che accade a Julia diventa un vortice che riavvolge il nastro della vita sua e di Anna, e con loro di tutte le donne oltre la manica che in qualche modo sono a loro collegate, e la casa con la sitting room, testimone di tante scene topiche della famiglia. Gli uomini restano tutti in secondo piano, deboli e colpevoli, temuti e tollerati: delle vere e proprie ombre di cui probabilmente tutte avrebbero fatto a meno ma dei quali, in certa misura, hanno bisogno. Le relazioni amorose sono degli spartiacque nelle loro vite, segnano passaggi, violenza e scelte. E infatti Julia si tiene volutamente in una sorta di limbo sospeso, dove le relazioni arrivano ma non permeano completamente l’ambiente, decorative non determinanti.
La scelta dell’esergo, tratto da Doris Lessing, è una chiave perfetta:
” Ho passato la vita alla ricerca. Vale lo stesso per chiunque, naturalmente. Rincorro da sempre l’amore e la fama. Ho rincorso, a intermittenza, e in modo molto più subdolo, la classe operaia e gli inglesi”
Ann, inglese fuggita in Francia, porta con sé proprio quell’irriducibile senso di spaesamento identitario: appartenenza e fuga, radici e rimozioni. Le storie d’amore – violente, decisive, o semplicemente sbagliate – diventano cesure nelle esistenze di tutte le donne coinvolte. Gli uomini sono presenze marginali, necessarie solo quanto inevitabili.
Trovata la madre, immediata avviene la chiamata ai soccorsi, il senso di inadeguatezza, l’affidarsi a chi sa gestire l’emergenza: un susseguirsi di azioni e pensieri che sfuggono, collidono e si frantumano. Dal momento in cui varcano la soglia dell’ospedale, denominato molto appropriatamente Charitè-Arbitraire, qui l’intento ironico dell’autrice è funzionale alla freddezza e l’indifferenza burocratica del personale infermieristico e medico che si riversa su Julia e la madre ancora incosciente. Netta la separazione tra pazienti/accompagnatori e personale addetto alla loro salute: linguaggio verbale e fisico armeggiano per distanziare i due schieramenti, per separare le emozioni, osservare a distanza. Immediato sopraggiunge l’interrogativo più violento che arriva in queste prime giornate, una domanda che sclerotizza i pensieri, si incista nella mente e ingarbuglia ancora il senso di colpa: si deve, o si può, desiderare la morte per chi si ama? Questo dubbio, che prima o poi tocca tutti apre una delle prime brecce tra il resoconto autobiografico e la realtà per come si presenta a tutti. Una verità che si fa superficie riflettente, restituisce immagini impossibili, frutto dei pensieri più oscuri e consolatori. Si tratta del periodo del Covid, che aggrava tutte le procedure e finisce per essere spauracchio e speranza in una rapida fine anche per Julia.
Dal momento dell’incidente Julia entra in un loop fatto di ricordi, un flusso di pensieri inarrestabile che la collega all’enigma che da sempre ingoia la sua famiglia, e direi la sua relazione con la madre. Un enigma tutto legato alle donne della sua famiglia la madre in Francia e in Inghilterra la nonna Olivia, la zia Betty e le sue figlie Kate e Alice. Su questo terreno inesplorato Julia continua a interrogarsi mentre alcuni pensieri si fanno sempre più incalzanti, ricordi affiorano, storie e parole si intrecciano in una specie di spartito dell’esistenza. La vita di Ann scorre dalla sua nascita (anche prima) e si alterna perfettamente con il presente abitato in ospedale, sotto le mani dei medici, al contempo Julia Deck è così brava da riuscire a creare altri due piani narrativi, da una parte c’è la sua percezione della realtà: vede la madre con occhi del tutto differenti rispetto i medici curanti e le assistenti sociali con cui si interfaccia, dall’altra c’è la Julia Deck scrittrice che in qualche modo riesce a infilare gli impegni di lavoro, per lo più presentazioni e interviste durante le quali si sente mediamente demoralizzata e inadeguata.
Un tema delicatissimo, trattato con estrema lucidità, tale da rasentare quasi la crudezza, è quello della dignità dei pazienti ricoverati in geriatria. Ann, da sempre attenta alla forma e al decoro non può essere lasciata in balia di sè stessa, abbandonata in una poltrona per ore con il “mento sporco di yogurt”: chiunque abbia avuto anziani in ospedale sa che la presenza dei familiari è fondamentale perchè la spersonalizzazione con cui agisce il personale addetto non è guidata da alcuna intenzione se non quella di sopravvivere con indifferenza al proprio turno e così la madre viene ritrovata come una “paziente chiusa nel pozzo in cui l’hanno gettata”.
Julia Deck scrittice quindi, rivela alcune sue paure, problemi di salute (di matrice psicologica) che la allontanano e la avvicinano dalla madre e dalla scrittura, fino a un armistizio con entrambe e forse, prima di tutto con sè stessa. Infatti una delle componenti più affascinanti del libro è il ruolo attribuito ai testi letterari come luogo di mediazione affettiva. Deck non si limita a citare Rendell: ne incorpora la struttura, creando un’intertestualità funzionale, non ornamentale. Il romanzo diventa così un laboratorio di meta-narrazione in cui la figlia-scrittrice usa la letteratura per produrre una lingua comune con la madre, laddove la lingua quotidiana fallisce.
Non potrò mai essere sullo stesso piano di mia madre fra gli inglesi. Ma lo siamo se si tratta di libri. I romanzi sono una lingua che parliamo entrambe correntemente.
Ed è qui che Julia Deck introduce con magistrale precisione Ruth Rendell – e in particolare A Dark-Adapted Eye – come una parentela elettiva. Il romanzo della Rendell, con la sua genealogia disturbata, il peso dei segreti familiari, le verità taciute tra madri e figlie, diventa un contrappunto narrativo potentissimo. Non solo un omaggio: un modello strutturale. Un modo per dire che la letteratura può adottare, consolare, orientare quando la madre reale si sottrae o svanisce.
Ann d’Inghilterra è un romanzo complesso, stratificato e tecnicamente raffinato, in cui la rappresentazione della madre – reale, fragile, esposta – si intreccia con una sofisticata riflessione sulla narrazione, sulla memoria e sui circuiti dell’identità. La presenza di Ruth Rendell non è un semplice omaggio, ma una vera chiave interpretativa: Deck adopera il modello del family noir per interrogare non un crimine, ma un’assenza, un legame, un’eredità emotiva impossibile da ridurre a formula.
Il risultato è un testo che smonta e ricompone il genere autobiografico, restituendo al lettore un dispositivo narrativo finemente calibrato, capace di rendere visibile la zona d’ombra dove biografia e finzione si confondono, e dove – come nei grandi romanzi – la verità non coincide mai con i fatti, ma con la loro forma.
Anche questo è uno dei libri letti in attesa oppure subito dopo la loro presentazione a Pordenone Legge!
Autrice: Julia Deck

Figlia di padre francese, artista plastico, e di madre britannica, traduttrice. Ha studiato alla Sorbona, e la sua tesi verteva su “La principessa di Clèves”. Lavora per un anno nell’editoria a New York. Dopo essere stata responsabile della comunicazione in diversi gruppi, lascia questo genere di lavori nel 2005 per dedicarsi completamente alla scrittura. Nel 2012 pubblica il suo primo romanzo, Viviane Elisabeth Fauville per Editions de minuit (in Italia il libro è pubblicato nel 2014 da Adelphi). Il libro d’esordio viene accolto molto bene tanto a livello di critica quanto a livello di pubblico.
Nel 2025 sempre Adelphi pubblica in Italia Ann d’Inghilterra, vincitore del Prix Médicis 2024.




Alright, 850bet1 isn’t bad. Games are what you’d expect, and I had a few wins. Worth a shot if you’re looking to try something different. Take a punt with 850bet1 maybe you can get lucky!