Nel nome del figlio, Hamnet. Edito in Italia con Guanda, 347 pp., (19.00 €)

Hamnet di Maggie O’Farrell è un romanzo storico ma rinchiuderlo in questa definizione sarebbe limitante, in realtà Hamnet è un’opera sulla genesi del dolore e sulla sua trasfigurazione artistica. O’Farrell in questo romanzo ricostruisce un episodio controverso della vita di Shakespeare – la morte del figlio undicenne – e ne indaga la sedimentazione emotiva, il modo in cui un lutto privato possa trasformarsi in energia tragica e così in linguaggio e in forma.

Il dolore, per molti artisti, è matrice e combustione. Un’energia che si fa gesto romantico del genio ferito, ma che si fa anche forza, una forza che costringe a trasformare in parole, in storia, una vicenda personale che potrebbe solo sedimentare altro dolore. In Hamnet questa dinamica è centrale: il romanzo mostra come una perdita attraversi un corpo femminile (materno) e la coppia prima ancora di attraversare la scrittura. La verità che ne emerge è universale, perdere un figlio ha un significato che deve trovare un suo alfabeto, un alfabeto che muta per ogni essere umano.

La prima parte del romanzo è costruita con una tensione quasi drammaturgica. Seguiamo Hamnet nel suo affannoso tentativo di trovare aiuto per la sorella Judith. La narrazione procede per spostamenti minimi, per attraversamenti domestici e urbani che sembrano già prefigurare una tragedia imminente. O’Farrell lavora per sottrazione: lascia che l’aria si faccia via via più soffocante intorno ai suoi personaggi e anche il lettore, rapito dalla trama scorre le pagine trattenendo il fiato.
La campagna inglese di fine Cinquecento diventa organismo vivo, luogo in cui superstizione, medicina arcaica e fatalità convivono. Il lettore avverte l’incombenza dell’evento prima ancora che esso accada, qui sta la forza narrativa dei primi capitoli, che stregano chi legge.

Dopo la morte del bambino, il romanzo cambia ritmo che si fa più denso, lento, adatto a comprendere come la protagonista, la madre, impari o non impari, a convivere con una perdita immensa. Qui infatti emerge la figura di Agnes, vero centro gravitazionale della narrazione. William non viene mai nominato per nome: è “il marito”, “il padre”, quasi a sottrarre il genio alla scena e restituire centralità a chi vive nell’anonimato. Agnes è una donna liminale, con un rapporto intuitivo e quasi sacrale con la natura. All’inizio appare eccentrica, luminosa, dotata di una sensibilità che sfiora il preternaturale; ma il lutto la piega e la rende irriconoscibile. O’Farrell non la idealizza: ne mostra lo smottamento interiore e così la distanza crescente tra due modi diversi di reagire alla perdita. William e Agnes si allontanano.

La terza parte introduce progressivamente la dimensione teatrale. L’assenza di William – fisica e affettiva – è una presenza costante. La scrittura suggerisce che la sua risposta al dolore passi attraverso la scrittura, attraverso la costruzione di un testo che possa contenere un dolore che apparentemente affronta con quel distacco maschile che spesso disorienta le donne. La scena finale al Globe, con la rappresentazione di Amleto, è il punto di sutura tra vita e opera. Agnes, assistendo alla tragedia, riconosce il figlio perduto nella figura del principe danese. Non si tratta di una semplice identificazione emotiva: è la comprensione che la letteratura può custodire ciò che la realtà ha distrutto.
La memoria individuale diventa memoria culturale.

La rilettura di Amleto, dopo Hamnet, non è più un esercizio accademico ma una necessità emotiva: la tragedia appare come una risposta indiretta, come una camera di risonanza del lutto.

La recente trasposizione cinematografica diretta da Chloé Zhao uscita in Italia in febbraio 2026 accentua alcuni elementi già presenti nel romanzo e ne modifica altri. L’impianto visivo è coerente con l’atmosfera del libro: paesaggi naturali, luce diffusa, una materialità quasi tattile degli spazi. Si percepisce il dialogo stretto con l’autrice, coinvolta nella sceneggiatura. Tuttavia il film sceglie una maggiore esternalizzazione del dolore: i parti, le urla, il corpo attraversato dalla sofferenza sono mostrati con una fisicità che nel romanzo era più trattenuta, quasi sussurrata. Se O’Farrell affida molto alla vibrazione interna e alla sospensione, Zhao opta talvolta per una teatralizzazione più esplicita.

Eppure, nell’ultima parte, il film ritrova una misura più sottile. La sequenza al Globe restituisce con intensità il passaggio dal trauma alla rappresentazione. Lì, nel buio del teatro, la condivisione tra Agnes e William si ricompone non attraverso il dialogo, ma attraverso l’opera. È la scena in cui arte e vita si specchiano definitivamente.

Hamnet è dunque un romanzo sulla memoria e sulla trasformazione: mostra come la perdita non si esaurisca nella biografia, ma possa diventare linguaggio, e come la letteratura – e il cinema quando riesce a seguirla – non cancelli il dolore, ma gli offra una forma in cui continuare a esistere.

AUTRICE: Maggie O’Farrell

Maggie O’Farrell, nata in Irlanda del Nord nel 1972, è cresciuta tra il Galles e la Scozia, e attualmente vive a Edimburgo. Nella sua carriera di scrittrice ha vinto numerosi premi, tra cui il Somerset Maugham Award e il Costa Novel Award. Guanda ha pubblicato i romanzi La distanza fra noi, La mano che teneva la mia, Istruzioni per un’ondata di caldo, Il tuo posto è qui, Nel nome del figlio, Ritratto di un matrimonio e il memoir Io sono, io sono, io sono. Nel nome del figlio si è aggiudicato il Women’s Prize for Fiction e il National Book Critics Circle Award.